D. Allora, Umberto, oggi, si parla di Squinzano. Ma prima di venire alle cose locali, mi dici che ne pensi del risultato del referendum sulla magistratura?
R. È stato un risultato straordinario. Intanto per l’affluenza alle urne in una percentuale che non si toccava da tempo. Hanno votato per la prima volta moltissimi giovani e sono tornati al voto cittadini che non lo facevano più da tempo. La grande affermazione del NO è stata anche l’effetto di questi due fenomeni. Ed il fatto che, appunto, non sia stata una vittoria di misura, dà al risultato un carattere politico che va di gran lunga oltre il merito del quesito. È stato, insomma, un vero e proprio voto politico. Un voto in difesa della Costituzione, innanzitutto, ma è stato un voto di opposizione al governo Meloni ed alla sua politica.
D. Cioè, tu dici che separazione delle carriere, sorteggio dei componenti e sdoppiamento del CSM hanno pesato poco?
R. Ha pesato il tema della separazione dei poteri ed è stata sconfitta l’idea di considerare i tre poteri su cui su fonda la Repubblica ordinati in via verticale, con al vertice quello esecutivo. È stata sconfitta una politica che voleva la giustizia come una sorta di funzione accessoria al potere politico. Tutto questo c’era sicuramente nel voto. Ma gli elettori hanno punito la politica estera e quella economica di Meloni. Una politica lontana dall’Europa e del tutto sdraiata su Trump e Netanyahu. Che non si è indignata di fronte al genocidio dei Palestinesi, alla violazione del diritto internazionale da parte di Trump e alla guerra insensata intrapresa contro l’Iran. Lì è rimasto un regime sanguinario, ma a causa della guerra andremo incontro ad una crisi energetica mondiale di proporzioni gigantesche i cui effetti già si avvertono. Credo, infatti, che nel referendum non siano stati indifferenti gli effetti economici di questo conflitto in Medio Oriente che rischiano di pesare sulla vita e sulle già provate condizioni di vita di gran parte dei cittadini, essendo l’Italia l’anello debole della catena.
D. Quali sono gli effetti politici del voto per il NO sul centrosinistra italiano?
R. Sebbene il NO non sia immediatamente sovrapponibile ad un voto per gli attuali partiti di opposizione, tuttavia è del tutto evidente che, in nuce, rappresenta un’alternativa a Meloni e alla destra
al governo. È, però, un voto che non va sprecato. Di qui in avanti, PD, M5S, AVS e forze più moderate che si oppongono all’attuale esecutivo devono trovare forme e modi per concordare su un programma alternativo. Da questo punto di vista, pertanto, io non mi farei distrarre dalla grancassa mediatica che vorrebbe spingerci a decidere ora della leadership. La leadership viene dopo e si troveranno le modalità condivise attraverso cui sceglierla.
D. Anche a Squinzano, ha vinto il NO con il 51% dei voti. Anche qui, quella è la base per l’alternativa?
R. È un segnale. È anche la conferma che, qui a Squinzano, quando il voto è meno influenzato dai gruppi di potere e dall’attitudine al clientelismo, i cittadini si esprimono più liberamente e lo fanno proprio nella direzione del campo progressista. Il voto squinzanese è stato anch’esso un voto politico con le implicazioni di cui parlavo prima. Un voto di opposizione a Meloni.
D. Ed è un voto che puó tradursi in un’alternativa per le prossime elezioni amministrative?
R. Le elezioni amministrative a Squinzano sono ancora lontane, ma questo deve indurci a coltivare quel consenso. E quel consenso lo si coltiva se a sinistra si compiono gesti comprensibili, improntati al carattere fortemente alternativo rispetto alla destra locale. Che, per quanto divisa, resta molto forte e dispone di un potere che, spesso, risulta in grado di capovolgere a suo vantaggio orientamenti che, altrimenti, potrebbero rivolgersi verso le forze progressiste. Esattamente come è avvenuto nel referendum.
D. Dici che le amministrative a Squinzano sono ancora molto lontane. Tutto sommato, sono tra due anni, che è un tempo relativamente breve.
R. Sì, ma devi tenere conto che di mezzo ci sono le elezioni politiche. Che non saranno una scadenza ordinaria. Io penso che saranno un po’ come quelle del 1948. O di qua, o di là. Con la possibilità concreta che questa volta il centrosinistra, in Italia, ce la possa fare. Se dovesse farcela, è evidente che ciò avrà un riflesso politico anche a Squinzano. Dopotutto, la nostra città non sta sotto una campana di vetro.
D. Squinzano. Qui governa Pede con una giunta che, in qualche modo, viene identificata come un monocolore leghista. Che giudizio ne dai dei risultati della sua opera?
R. È fresca fresca la notizia che il Comune ha perduto un finanziamento regionale di 3.150.000 euro per il ripascimento dunale a Casalabate. Risorse importanti per la nostra marina. E perché lo ha perso? Perché il progetto, anziché essere accompagnato da una delibera di giunta o di Consiglio comunale, era dotato di una semplice determina dirigenziale. Cioè, quell’importante atto amministrativo, anziché essere frutto di un organismo deliberativo, è stato trattato come lo smistamento di carte da un ufficio all’altro. È anche questo il segno di un declino della città che dura da vent’anni, guarda caso, proprio da quando la destra se n’è insediata al vertice.
D. Dunque, un giudizio negativo?
R. E come potrebbe essere altrimenti? C’è cittadino che non veda l’assoluto immobilismo di Pede e dei suoi? Oggi, stiamo meglio o peggio fi prima? Basta attraversare il paese in auto. È come stare in un canotto in mezzo ad una tempesta oceanica. Strade piene di buche, segnaletica precaria, cura del verde inesistente. Per non parlare dei servizi comunali: tributi sparati a raffica senza alcun criterio di equità e di giustizia sociale. Sono solo degli esempi per capire che qui non si ha lontanamente idea delle priorità degli interventi, degli obiettivi da finanziare e della ricerca delle risorse per concretizzarli.
D. E dunque che intende fare il “campo largo” qui a Squinzano?
R. Qui, il campo largo, per la verità, non è molto largo. Però, per dirla con Bersani, l’alternativa non si misura in ettari. Ma, bando alle metafore, penso sia prematuro discutere delle amministrative, quando di mezzo ci sono elezioni politiche con le caratteristiche che ho cercato di indicare.
D. Ma c’è chi si è già mosso. Qualcuno, nell’area dei civici, che convoca riunioni di tutti quelli che non si riconoscono nell’area di Pede e di Miccoli. E so che a quelle riunioni hanno partecipato esponenti del PD.
R. Premetto che Roberto Pulli è un amico da lunga data, ci conosciamo fin da ragazzi. Ma ha messo in piedi un siparietto che non si capisce. O che si capisce fin troppo. Chiama a raccolta la cosiddetta “non maggioranza”, con l’intento di farla diventare alleanza politica alle amministrative, tra due anni. Mettendo insieme PD, Forza Italia ed altri personaggi sparsi, dentro e fuori l’opposizione consiliare. È un’operazione che non va da nessuna parte. È il primato dell’aritmetica sulla politica. PD e Forza Italia possono stare insieme nella stessa coalizione? No. Possiamo stare noi nella stessa alleanza con Marra? Noi, fautori della legalità e della trasparenza e chi, da sindaco, si è fatto addirittura sciogliere il Consiglio comunale per infiltrazioni di tipo criminale? No. Nel modo più assoluto. Ed io, in sede di partito, ho espresso, insieme ad altri, il mio disaccordo per il fatto che esponenti autorevoli del nostro partito siano andati a ben due incontri convocati da Roberto Pulli.
D. Ma non ci sono accordi politici. Dunque, andarci come osservatori non costava nulla.
R. Ci mancherebbe che ci fossero accordi. Ma io penso che il solo andarci può essere interpretato come una nostra condivisione di un’impostazione che fa prevalere l’aritmetica sulla politica, non escludendo, cioè, che noi si possa fare un’alleanza con Forza Italia ed il suo maggiore esponente locale, Gianni Marra. Non è e non può essere così. L’ho detto per tempo nel mio partito: attenzione a far sì che, nel tentativo di dividere la destra, alla fine, ci dividiamo noi. Il trasformismo, le più varie combinazioni politiche, pur di governare ad ogni costo, non servono ad una forza come la nostra. Tutto ciò alimenta l’astensionismo e noi, invece, vogliamo parlare a quel “popolo del NO” che si attende scelte chiare e non di puro potere.
D. Ma il PD si è già diviso, in assemblea, sulla nomina del nuovo Comitato Direttivo. Tu stesso non ne sei componente e qualcuno ha lasciato la tessera.
R. È stato il risultato dell’inesperienza, ma anche di un calcolo da parte di chi ha manovrato questa vicenda. Un mix che ha diviso quasi a metà l’assemblea. Ed io non ho bisogno certamente del “distintivo” di un direttivo per contribuire con impegno e passione all’unità e al rafforzamento del PD.
Molto, in quella divisione, ha pesato anche la vicenda delle prossime amministrative. Tra chi, sostanzialmente, non è indifferente all’idea di dover governare purchessia e chi, come me, per esempio, pensa che le amministrative non possano essere la priorità della nostra agenda politica e che vadano, a tempo debito, costruite attivando il nostro campo. Un campo progressista, fatto dai partiti del centrosinistra, che sia in grado di rivolgersi e coinvolgere la società, l’associazionismo democratico, singole personalità, proprio in ragione di quel risultato referendario di cui abbiamo parlato.
Mi dispiace per chi abbandona il partito, ma, alla fine, sono proprio quelli che se ne vanno che dimostrano di avere scarsa dimestichezza con il principio della tolleranza e con la considerazione della pluralità di sensibilità politiche e culturali presenti nel PD. Ed è curioso osservare che siano proprio questi stessi ad invocarle contro chi, invece, resta e si impegna.
D. Siamo alla fine. Come vedi, allora, le prossime elezioni amministrative ed il PD rivendicherà il candidato sindaco?
R. Molto dipenderà dalle elezioni politiche. Ecco perché non le considero la priorità del momento. Se il centrosinistra dovesse battere la destra in Italia, il clima squinzanese ne risentirebbe eccome! Si libererebbero forze oggi ingabbiate da logiche clientelari, familiari e amicali e reclamerebbero una svolta nella città. Probabilmente sarebbero in gran parte le forze del “popolo del NO”. Il candidato sindaco, in quel caso, dovrebbe essere il risultato condiviso di un vero e proprio processo politico. E, per parte nostra, non siamo certo privi di figure che possano incarnare quella candidatura. Per battere la destra a Squinzano, guai, però, se partissimo dal candidato sindaco. Metteremmo il carro davanti ai buoi. Prima si mettono insieme forze politiche, circoli, associazioni democratiche e, poi, si procede, in modo condiviso, alla scelta del leader della coalizione. A precipitare i tempi, ci facciamo solo del male e del male lo facciamo alla città. Squinzano ha bisogno di una svolta, noi possiamo esserne gli artefici.